“Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla
per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona
per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può
procedere se non il bene”.
(S. Agostino)
“L’orazione e il silenzio sono fratelli. Dio non sta nel
tuono. Dio non sta nell’uragano. Nel silenzio interiore sta Dio!”.
Il nostro mondo, così saturo di rumore e di parole vuote,
sente in cambio una notevole nostalgia del silenzio. E il bello è che per
soddisfarla non abbiamo bisogno di costruirci un mondo distinto da questo, di
uno spazio fra l’artificiale e l’immaginario. Perché già in questo nostro
stesso mondo, fra di noi, esiste una “Chiesa dei silenziosi”, la grande
assemblea di tutti gli oranti disseminati per il pianeta. Ecco la risposta per
la nostra nostalgia!
Il Silenzio.
In fondo a noi stessi esiste come una vena freatica, come un
sostrato di silenzio: uno spazio la cui acustica è l’unica che permette
l’ascolto di certi balbettii e gemiti della nostra storia particolare. Una
solitudine dove cercare e scoprire la propria identità. Soprattutto dove
affrontare l’appassionata avventura del nostro “dialogo con Dio”.
Dal momento in cui Dio si fece interlocutore e Parola, si
mostrò a noi anche come Amico che conversa con noi. D’allora, questo
dialogo, che si può svolgere nel
silenzio, feconda la nostra società, introduce
in essa la salvezza che scende nella storia, il divino che penetra
l’umano e l’umano che entra nell’eternità.
Si tratta, però di un tipo di conversazione – sarebbe meglio
chiamarla rivelazione – che ha origine nel più insondabile silenzio e che nel
silenzio deve essere ascoltata.
Il silenzio ha costruito la storia. Se ritorniamo alle
fonti, costatiamo effettivamente che l’origine stessa della rivelazione si perde
nel silenzio. Da quello in cui risuonava la Parola che si convertiva in luce,
mari, terre o esseri viventi nei giorni della Creazione e mentre lo Spirito di
Yahvè volteggiava sulle acque…, fino alla “pienezza dei tempi”, in cui si svela
a noi lo stesso mistero di Cristo, “rimasto nascosto nei secoli nell’eterno
silenzio divino” (Rom 16, 25 ).
Se ripercorriamo lo svolgersi della storia della salvezza. Costatiamo
ugualmente che il silenzio è stato la forgia da cui sono scaturite quelle
figure che noi chiamiamo “santi”. In quel clima, fatto di ascolto, meraviglia e
balbettii sotto forma di risposta, sono sorte tutte l’esperienze profetiche e
tutte le comunicazioni divine. In esso maturarono tutte le personali generosità
e le decisioni che cambiarono la storia. Sotto il suo dettato si redassero le
grandi pagine che oggi impreziosiscono le nostre biblioteche di spiritualità.
Un teologo orientale, O. Clemente, nella sua opera “Il volto
interiore”, scrive: “La parola chiave dell’antica spiritualità monastica è “esichia”
in Oriente, e “quiete” in Occidente. Si tratta in ambedue i casi di un silenzio
fatto come di pace, di godimento, di “riposo”…, di una componente molto simile
a quella che esprimiamo quando annunciamo che lo Spirito scese su Gesù Cristo.
Al contrario, oggi, non solo il rumore, ma persino una rara
specie di silenzio fatto di auto deificazione, minaccia l’Occidente, e il
Cristianesimo stesso. Per questo, l’Occidente non deve dimenticare che
solamente un Cristianesimo fatto di ascolto della Parola di Dio, in un’atmosfera
di silenzio, può salvarci, liberarci dalla vana chiacchiera o dai silenzi
alienanti. Per questo la Chiesa cercò sempre la forza di questo Spirito per fecondare
la sua preghiera silenziosa. Senza di Lui, infatti, non si ode né la Parola, né
sorge la risposta dell’orante. Diceva a questo proposito Paolo VI: “La Chiesa
non sarebbe più Chiesa se nell’attuazione della carità fraterna non vi
anteponesse la carità divina; e questo esige il colloquio silenzioso dell’anima,
nell’anima si è reso presente – le parole sue, infantili e superlative, balbettanti,
piangenti, supplicanti, esultanti e cantanti, ma sue, segrete e forse solo a
Dio comprensibili…, e forse dallo Spirito stesso in noi e per noi pronunciate ineffabilmente con
gemiti inesprimibili”.
(Da "Pregare" Ed. OCD Roma )


